Associazione per la difesa del suolo e delle risorse idriche

"L'estate più fresca dei prossimi trent'anni" offre ad Alessandra Valentinelli l'occasione per fare un punto sullo stato di avanzamento del piano nazionale di ripristino, sui suoi contenuti e sui suoi limiti. Il piano è - o dovrebbe essere - uno strumento essenziale di adattamento al cambiamento climatico, se pensiamo che il ripristino della natura possa comportare un aumento della resilienza del territorio. 

Ma il confronto con le esperienze condotte da altri paesi europei scopre alcuni punti deboli in un piano che per altro è stato notoriamento oggetto di contestazioni da parte di Comuni e associazione dei costruttori. Primeggia per chiarezza e ambizione il piano predisposto dal Portogallo.

Il piano di ripristino costituisce comunque un'occasione che non può essere sprecata: i costi ricadrebbero sulla collettività, in termini di danni economici e ambientali, crescenti disparità sociali e vite spezzate.

L’estate che si sta concludendo sarà ricordata per le continue ondate canicolari che hanno colpito l’Europa centro-meridionale. Giugno, luglio e agosto 2026 sono stati i mesi più caldi mai rilevati dall’agenzia europea Copernicus: in Francia, Spagna e Italia, le massime hanno spesso superato i 40°C, con ricadute fino all’Inghilterra (38°C a Londra) e divari sino a 17 gradi dalle medie stagionali; all’origine del fenomeno, un “anomalo” stazionare sull’Europa di alte pressioni africane, previsto dai climatologi che ne imputano la risalita all’indebolimento dell’anticiclone delle Azzorre generato dai cambiamenti climatici.

La frequenza delle persistenti canicole, ripetutesi a intervalli sempre minori, da fine maggio ad agosto per ben cinque volte, di cui l’ultima, la più lunga, durata quasi tre settimane, ha comportato accumuli di calore nelle acque marine con effetti che si sono purtroppo materializzati ai primi temporali. Associata all’assenza di piogge, la bolla africana ha inoltre causato estesi fenomeni siccitosi: dal Danubio alla Loira, dal Reno al Po, le aste in secca di mezzo continente hanno reso difficoltoso il trasporto merci lungo le tratte navigabili, rallentato la produzione delle centrali nucleari per insufficienza di acque di raffreddamento, messo in crisi l’agricoltura proprio quando il caldo avrebbe richiesto irrigazioni di soccorso.

Gravi le ripercussioni ambientali, con cunei salini risaliti a decine di chilometri dalle foci e criticità della sofferenza fluviale riflesse nei reperti riemersi sul fondo degli alvei: a Roma lungo il Tevere, l’antico ponte Neroniano, in Romania sul Danubio, relitti di navi dell’altra guerra. Devastanti gli incendi che hanno distrutto intere regioni boschive, causando morti e centinaia di sfollati. Drammatici, infine e su tutto, gli impatti dell’afa sulle persone con eccessi di mortalità per migliaia di vittime, picchi di decessi in Francia e tra i soggetti fragili.

Segno tangibile di tendenze delle temperature a un rialzo che è atteso consolidarsi nei prossimi anni, l’estate 2026 testimonia dunque la timidezza delle politiche sinora attuate contro l’Effetto Serra, e i ritardi nelle azioni di contrasto della vulnerabilità ai rischi climatici: dovrebbe invece servire da monito per procedere con determinazione alla mitigazione delle emissioni climalteranti e, con rigore, all’adattamento al clima dei nostri territori.

L’estate più fresca dei prossimi anni

Come mai forse prima, il clima di quest’estate ha rivelato la fragilità delle “moderne” strutture urbane; l’impossibilità di sfuggire a strade e piazze assolate, a notti tropicali e giornate senza brezza ha mostrato la vulnerabilità climatica che alle città deriva da alte densità del tessuto costruito, da carenze in alberature, aree e assi verdi, oltre che dall’abbandono di consolidate tradizioni di raffrescamento passivo.

Sopravvissute in vari centri storici del Meridione o sulle coste del Mediterraneo proprio grazie alla loro funzionalità nel moderare gli estremi climatici locali, recano forme, materiali e colori pensati per rifrangere i raggi solari, percorsi alberati e orientati per massimizzare ventilazione e ombreggiamento, case dotate di volte, torri e camere entalpiche, portici, cortili verdi e specchi d’acqua per ricircolare l’aria. Certo oggi l’eredità di tale perizia non basta: con isole di calore correlate all’estensione dello sprawl insediativo, le “prigioni” climatiche cui ci illudiamo di sottrarci con aria condizionata o ventilatori, ci recludono piuttosto con rapporti asimmetrici tra superfici libere e cementate, e nella distanza sempre più marcata dalle sorgenti di frescura collocate fuori città, in campagna o nei boschi. L’abaco di soluzioni tradizionali per spazi interni, esterni e collettivi è tuttavia un confronto stimolante con l’inadeguatezza strutturale degli attuali contesti urbani: attribuendone la vulnerabilità al consumo di suolo, chiarisce come le scelte di trasformazione territoriale possano affrontare sia gli impatti quantitativi dell’impermeabilizzazione, sia il degrado ambientale indotto dalla perdita dei cicli di scambio tra acque e terreni, che dissipa servizi ecosistemici altrimenti essenziali nei processi di regolazione microclimatica.

L’estate “più fresca dei prossimi trent’anni” – ha notato non troppo scherzosamente il fisico Lorenzo Giovannini – ha soprattutto evidenziato quanto la deludente performance climatica acuisca sul piano sanitario, diseguaglianze socio-economiche già radicate: disagi psichici e patologie da esposizione ad afa e inquinanti per carenza di coperture arboree, rifugi verdi e parchi accessibili, suggeriscono l’opportunità, se non l’urgenza, di ibridare lo spazio urbano riconsiderando i “vuoti” del non costruito come viceversa “colmi” di funzioni ecosistemiche, strategici per l’adattamento alla crisi climatica. La questione sanitaria riafferma insomma la vocazione originaria degli strumenti urbanistici: concepiti non per la mera gestione del comparto edilizio o di interessi concentrati tra specifici soggetti, bensì per la tutela del benessere collettivo che oggi si persegue redistribuendo ai cittadini i vantaggi del contenimento della vulnerabilità al clima.

Nel mondo varie città impegnate in progetti pionieri, multiscalari e spesso interdisciplinari, di depavimentazione e rinverdimento, per la ricostituzione di alberature di protezione, la rinaturazione di corridoi fluviali o l’apertura di grandi varchi di connessione delle reti ecologiche alle campagne circostanti, stanno ottenendo successi relazionali, di giustizia climatica e sociale. La strada comunque è segnata: ad agosto di due anni fa, l’entrata in vigore della legge europea per il Ripristino della Natura ha mosso il primo, ineludibile passo verso l’adattamento dei territori. Fondata sulle preoccupanti valutazioni dell’Agenzia Europea per l’Ambiente circa il declino degli habitat comunitari, la norma, che si coordina con la Politica Agricola Comune e le Direttive su biodiversità e sviluppo sostenibile, infatti introduce strategie più incisive ed efficaci rispetto al passato, mirate a governare i territori dove gli habitat ricadono, ovvero gli usi e le dinamiche di trasformazione che concorrono al loro deterioramento nelle aree funzionalmente connesse.

Il Regolamento UE 2024/1991 obbliga, tra le altre finalità, a proteggere verde e alberature esistenti in città (art.8), ricostituire la connettività fluviale (art.9), e difendere gli impollinatori con opportune politiche di rinaturazione dei territori urbani e rurali (art.10); i principali obbiettivi sono proiettati al 2030 e 2050, quando il 30% di habitat terrestri e marini dovrà tornare in buone condizioni ecologiche, per poi salire al 90% (artt.4 e 5), il verde cittadino non dovrà registrare perdite nette per poi aumentare, la connettività fluviale, a partire da 25.000 km di aste oggi artificiali o canalizzate, dovrà essere ristabilita quindi incrementata.

La norma si applica sia agli habitat dei Siti Natura 2000 protetti dalla Comunità, sia al loro esterno dov’è facile attendersi conflitti tanto sulla perimetrazione delle aree di intervento che sulle azioni di restauro ambientale da intraprendere. ANCI, l’Associazione dei Comuni Italiani ha già espresso le proprie perplessità circa le valenze prescrittive cui il rispetto dell’articolo 8 per il verde assoggetterebbe le previsioni dei piani urbanistici; il comunicato è uscito a inizio agosto, nel pieno della peggior ondata canicolare, con tempismo rivelatore della sensibilità che anima le istituzioni di prossimità, prime responsabili della salute pubblica. Il tema di un nuovo, più sano rapporto col territorio tuttavia esula dai confini comunali: riguarda la riconnessione delle reti ecologiche dentro e fuori le città, dove i fiumi sono luoghi privilegiati per sperimentare una fattiva collaborazione interistituzionale, alla scala vasta, e gerarchicamente sovraordinata, della pianificazione ambientale.

Il Piano nazionale per il Ripristino della natura

L’Italia, seppur tardivamente e nonostante lo scetticismo climatico dell’attuale governo e, appunto, dei sindaci, ha recepito la governance del Regolamento 2024/1991 con Decreto n.80 del 8 aprile 2026 (in vigore dal 31 maggio), quindi avviato il proprio Piano Nazionale per il Ripristino della natura (PNR): la bozza dovrà esser consegnata il 1° settembre prossimo dal Ministero Ambiente alla Commissione Europea che la vaglierà entro il 1° marzo 2027, affinché gli Stati Membri possano elaborarne la versione finale in tempo per la scadenza di pubblicazione fissata al 1° settembre successivo.

Il Piano è stato affidato a ISPRA che si avvale di griglie di telerilevamento con un dettaglio sufficiente a supportare, anche in ambiti urbani, politiche capillari di adattamento dei territori. L’Istituto ha dichiarato di intendere il PNR un “processo dinamico” che affianca monitoraggi e valutazioni di efficacia per riformulare le priorità utili al suo “successo” nel 2050. Alla prima raccolta di misure potevano collaborare Autorità di Distretto, Enti Parco, Regioni, Province autonome e Città Metropolitane; la partecipazione di cittadini e oltre 2.700 comuni è rimasta aperta dal 23 aprile al 24 giugno scorsi.

Negli studi preliminari al PNR, ISPRA riporta le stime per i servizi ecosistemici in ambiti non urbani. Vi spiccano il controllo alluvioni pari a 46.8 mld/anno, la fornitura di acqua (1.3 mld/a), l’impollinazione (1.9 mld/a) contro gli 8.4 mld/a della fruizione; da qui al 2050, la spesa per interventi di ripristino è calcolata in 261 mln/anno, a fronte di benefici per 2,4 mld/anno e perdite cumulate per inazione di 60 mld: un rapporto di 9,2 a 1 per ogni Euro investito. Per l’attuazione del PNR, l’offerta di nuovi posti di lavoro oscilla tra le 50.000 e le 80.000 unità. Al momento il MASE ha allocato 82,4 mln dai Fondi di Sviluppo e Coesione, per i soli interventi sugli habitat protetti extraurbani; non ne risultano quantificati altri.

La bozza, nella versione oggi disponibile, consta di una checklist introduttiva e un foglio excel con la lista delle singole misure divise per articoli da attuare, in linea coi requisiti minimi stabiliti dall’UE con Reg.2025/912 per la stesura dei Piani Nazionali.

Oltre 1.500 misure riguardano l’art.4 e gli habitat dei Siti Natura 2000. Seguono le 320 ex art.9 per i fiumi, espresse dall’unica Autorità di Distretto intervenuta, quella Centrale e dalle Regioni, con preponderanza netta dell’Emilia e delle Province di Trento e Bolzano. Per zone alpine e marine (art.5), non compaiono azioni condivise con gli Stati contermini; due soltanto le nuove Aree Marine Protette, le AMP di Capri e Maratea. Una trentina le misure per ognuno degli altri articoli, talvolta generiche, non o erroneamente quantificate, non localizzate, ne’ uniformemente distribuite sul territorio nazionale. Del resto il MASE è distratto dall’avventura nucleare, mentre gli agricoltori faticano a irrigare i campi.

Per gli ecosistemi fluviali, prevalgono misure puntuali: l’Emilia si concentra su ricalibrature degli alvei, recupero di golene alla libera espansione delle piene e delocalizzazioni di infrastrutture. Il Piemonte riattiva le lanche. Bolzano punta a rimuovere briglie e traverse idroelettriche in disuso, Trento a sostituire le barriere tradizionali con opere di ingegneria naturalistica; lo stesso propone il Veneto per il reticolo minore, mentre estende le tutele alle risorgive del Padovano. Il Distretto Centrale si limita a catasti e studi idraulici. La Lombardia presenta forse l’unico progetto urbano di recupero di un’asta fluviale, lungo il Lambro, nell’omonimo parco milanese, dove ripristinare gli ambiti di divagazione.

Per l’art.8 sugli ecosistemi urbani, metà delle circa 50 proposte è formulata da ISPRA per suggerire, tra le altre, un censimento delle aree dismesse come “fondo” cui attingere per bilanciare i consumi di suolo, prescrizioni in sede VIA e VAS per soluzioni nature-based e la deimpermeabilizzazione, la sospensione dei titoli edilizi sino all’adozione di specifici Regolamenti locali di Ripristino che integrino le previsioni urbanistiche. Le restanti misure sono azioni circoscritte di depavimentazione, forestazione o rinaturazione, per lo più già adottate dalle Regioni, in Val d’Aosta e nei centri principali di Liguria, Puglia e Basilicata. Non sono ancora reperibili le misure segnalate dai cittadini in fase di partecipazione.

Più degli specifici contenuti, colpisce la forma del PNR: un Piano privo di riferimenti per orientare i proponenti istituzionali nelle potenzialità delle scelte di conformazione del territorio a tutela della biodiversità per fini climatici, e che anzi relega, in modo alquanto inusuale, i criteri per supportarne i profili tecnico-scientifici tra le proposte; un elenco di misure ambientali quindi abbastanza ordinarie e forzatamente locali perché lasciate senza indirizzi per ricondurre i progetti almeno a coerenza tra loro, se non con eventuali altri piani vigenti che massimizzino l’efficacia trasversale degli investimenti di ripristino.

A dicembre 2025 il WWF ha effettuato un confronto dei Piani Nazionali pubblicati dagli Stati Membri in cui primeggia il Portogallo per chiarezza e ambizione. All’opposto del MASE, il Ministero portoghese ha strutturato, per sottoporlo alla cittadinanza, un report per ogni target, esplicitando i principi interpretativi dei relativi articoli, le analisi della situazione, le opportunità di adattamento. Per i fiumi, ad esempio, la relazione riprende la definizione di connettività fluviale nelle “quattro dimensioni”- longitudinale, laterale, di fondo e temporale – che favorisce la salvaguardia integrata delle dinamiche idromorfologiche nelle politiche di riassetto, riqualificazione degli ambienti idrici e ripariali, e reintegro dei cicli stagionali di ricarica degli acquiferi, correlando l’elevata qualità ecologica agli esiti ottimali di libera connettività del corso d’acqua. L’ordine di priorità vede quindi la tutela delle aste in stato eccellente, la rimozione delle barriere individuate come “obsolete”, la divagazione nelle golene naturali, la ricostituzione delle “gallerie” di vegetazione ripariale. I massimi benefici sono attesi dalla prevenzione dei rischi di alluvione e dalla ricarica delle falde a fronte di scenari di siccità che stimano le disponibilità idriche ridursi del 6%. Le misure si ripetono identiche per tutti i sottobacini del reticolo idrografico, con il coinvolgimento della popolazione locale per gli interventi giudicati maggiormente trasformativi del territorio.

Allo stesso modo, per l’articolo 8 su verde e coperture arboree, il Portogallo privilegia, oltre all’estensione del patrimonio ecosistemico cittadino, le valenze funzionali, ossia la costituzione di reti ecologiche che intervengano, non solo a proteggere la biodiversità, ma per la connessione e deframmentazione del sistema verde, includendo un ampio ventaglio di superfici “permeabili” comprendente zone umide, riparie, alberi monumentali isolati e, non ultimi, spazi pubblici, collettivi o scolastici. Si da poi rilievo alle misure multifunzionali di contrasto ai rischi climatici che concorrano al benessere e alla salute della popolazione, promuovendo allo scopo l’attestarsi delle reti urbane alle corone agricole esterne e ai corridoi fluviali: “suolo e acque vanno considerate componenti strutturanti degli ecosistemi urbani”, puntualizza il Piano portoghese. A fini di giustizia sociale, nell’accesso a natura, comfort termico e luoghi pubblici salubri, hanno priorità i quartieri più poveri in dotazioni verdi e arboree, più densamente edificati, più vulnerabili alle isole di calore o con minor qualità degli spazi pubblici. Per la loro attuazione, il Piano dispone che tali tipologie di misure siano integrate in regolamenti e strumenti urbanistici locali; richiama infine le misure per la connettività fluviale ex art.9 con cui coordinarsi.

Da simile confronto appare problematico anche il vaglio in Commissione del PNR italiano, malgrado il miglior dettaglio, e forse l’operatività delle singole misure: certo sono gli esordi di un processo complesso che però parte svantaggiato, destinato, più che in altri Paesi, a scontare le falle nell’architettura istituzionale, pianificatoria, finanziaria di attuazione del Regolamento europeo di Ripristino che il WWF rimprovera a tutti i piani nazionali.

Il Paese in secca

È stato arduo quest’estate affidarsi alle previsioni meteo. L’afa era data protrarsi o finire in tempi sempre smentiti dal termometro di casa, così le piogge, la loro intensità o durata che hanno più spesso colpito aree diverse dalle attese. Bisognerebbe ripensare gli algoritmi previsionali, inserire variabili fisiche e territoriali maggiormente influenzate dai mutamenti del clima: velocità dei venti, sbalzi e termiche correlate alle dispersioni di calore del land use, forse aiuterebbero a prevedere con sufficiente approssimazione fenomeni le cui dinamiche ancora sfuggono. Solo gli scenari a medio termine appaiono robusti ma procrastinare l’adattamento complica la sfida di agire su territori consolidati negli usi e interessi: perdere l’occasione del Piano di Ripristino avrà costi che la collettività pagherà in  danni economici e ambientali, in crescenti disparità sociali e vite spezzate. Contrastare la perdita di biodiversità non è un “vezzo” ecologista: è una scelta politica che spetta a tutti assumere se si vuole far uscire il Paese dalle secche della crisi climatica in cui è arenato.

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