Gli autori propongono un'analisi dell'adeguatezza degli strumenti messi in campo in Italia per attivare strategie di adattamento alle conseguenze del cambiamento climatico. La torrida estate 2026, da qualcuno definita con facile pessimismo "la più fresca dei prossimi trent'anni", ci ammonisce di nuovo sull'urgenza di azioni risolute di adattamento. Ma allo stesso tempo è testimone della perdurante mancanza di reattività dello Stato italiano, che dopo un lunghissimo iter è riuscito ad approvare nel 2023un piano di adattamento senza che nei tre anni successivi vi sia stata data alcuna attuazione.
Si è restati immobili, nella sostanza, in ciò favoriti da convinzioni riduzioniste, se non negazioniste, in attesa delle prossime emergenze idrogeologiche, che in mancanza di piani di prevenzione e mitigazione dei rischi, porteranno inesorabilmente alle consuete risposte: nuove cabine di regia e nuovi commissariamenti per i ripristini e le ricostruzioni necessarie.
La corretta gestione del rischio climatico deriva dalle conoscenze e dai dati offerti agli strumenti programmatici dalla pianificazione di bacino (piani di gestione delle acque e delle alluvioni, piani di assetto idrogeologico, e di difesa delle coste) e quindi dalla costruzione di quadri programmatici di intervento basati sulla identificazione delle criticità (e perciò delle priorità d’azione) più evidenti.
La tremenda stagione estiva che ora volge al termine, con i suoi indigesti frutti di siccità, ondate di calore e crisi idriche e – con l’avvicinarsi dell’autunno – di tempeste violente, ammonisce nuovamente sull’urgenza dell’attuazione di credibili strategie di adattamento agli effetti di un cambiamento climatico ormai chiaramente percepito da tutti.
Qui si tratta di costituire difese – e farlo presto – contro l’impoverimento delle risorse idriche e gli eventi meteorici estremi. E di agire dando priorità assoluta alle situazioni di maggior rischio e sofferenza, per fare in modo che, con l’attuazione di interventi mirati di prevenzione dei dissesti e mitigazione dei rischi, aumenti la resilienza dei territori più esposti a siccità o a rischio idrogeologico.
Si tratta dunque di rimpinguare le riserve idriche ove sono drammaticamente insufficienti a soddisfare la domanda di acqua, di razionalizzare la gestione di reti e impianti (e la governance delle gestioni), di contrastare gli sprechi d’acqua e gli eccessi di domanda idrica; di restituire efficienza ai sistemi di drenaggio naturali e artificiali partendo dagli ambiti maggiormente esposti a rischio.
Gli indirizzi generali sono, come sempre, forniti dall’Unione europea: con la comunicazione del 24 febbraio 2021 la Commissione europea ha presentato la Nuova strategie UE di adattamento ai cambiamenti climatici, approvata e fatta propria dal Consiglio europeo il 10 giugno 2021. La strategia mira a trasformare in realtà la visione per il 2050 di un’Unione resiliente ai cambiamenti climatici, rendendo l’adattamento più intelligente, più sistemico, più rapido e promuovendo azioni internazionali.
Ci si lamenta da più parti, a ragion veduta, della scarsa o del tutto assente reattività dello Stato italiano: esiste un piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico (PNACC) approvato con tormentoso iter a fine 2023; sono però passati tre anni (e tre finanziarie) senza che neanche un euro sia stato investito nell’attuazione del piano, a conferma piena della visione riduzionista, se non negazionista, del governo attuale sul cambiamento climatico.
Nessuno si avvede però che il PNACC è un piano senza priorità e senza strategia: è solo il neutro repertorio di tutte le possibili misure (ben 361) che in un modo o nell’altro sono rubricabili alla voce “adattamento”. Finanziare con somme più o meno importanti quel piano significa perciò solo mettere sul tavolo dei soldi senza nessun aggancio alle reali condizioni dei territori minacciati da instabilità idrogeologica, crisi idriche e alluvioni. Significa aprire – come avviene quasi sempre quando è in gioco la difesa del suolo e delle risorse idriche – l’erogazione di finanziamenti (se e quando ci saranno) sulla base di bandi che, se tutto va bene, premieranno i progetti meglio confezionati, comunque pensati al di fuori di una visione d’insieme (a scala di bacino) delle problematiche da affrontare e delle priorità da rispettare per il loro superamento. Con esiti perciò generalmente estranei al raggiungimento di veri obiettivi di prevenzione o mitigazione dei danni che potranno essere provocati da nuovi fenomeni meteorici. Che saranno motivo di rinnovate, drammatiche emergenze, alle quali si risponderà, come avviene da qualche decennio, con l’istituzione di ulteriori “cabine di regia” e la designazione di nuovi commissari straordinari incaricati dell’esecuzione degli interventi di ricostruzione e ripristino nelle aree danneggiate.
Di rapidità delle azioni di adattamento non è neanche il caso di parlare, se si resta fermi per anni, in questo Paese, alla elaborazione di strumenti di discutibile utilità, che, una volta approvati, vengono dimenticati nei cassetti ministeriali.
D’altra parte un sostegno efficace allo sviluppo delle politiche di gestione del rischio climatico non può che derivare dalle conoscenze e dai dati offerti agli strumenti programmatici dalla pianificazione di bacino (piani di gestione delle acque e delle alluvioni, piani di assetto idrogeologico, e di difesa delle coste) e quindi dalla costruzione di quadri programmatici di intervento basati sulla identificazione delle criticità (e perciò delle priorità d’azione) più evidenti. Tutto esiste già nella legge (il codice dell’Ambiente del 2006, che ha ereditato la dote lasciata dalla legge quadro sulla difesa del suolo del 1989) e in embrione esiste anche nella pianificazione di bacino, che ha consentito di ripartire l’intero territorio nazionale in funzione dell’intensità dei rischi idrogeologico e idraulico. Sono sempre mancati gli anelli successivi, l’individuazione, bacino per bacino, delle priorità degli interventi di prevenzione e mitigazione del rischio e la conseguente elaborazione programmatica, e ciò è avvenuto perché i programmi derivati dalla pianificazione generale sarebbero stati presenza scomoda per una politica interessata a decidere la spesa pubblica nei luoghi di formazione del consenso elettorale, che non possono, ovviamente, coincidere con quelli in cui si formano gli indirizzi della pianificazione, basati sulla conoscenza scientifica dei fenomeni e sulla capacità di prevederne le conseguenze.