Associazione per la difesa del suolo e delle risorse idriche

TEODORO MONTICELLI: SULLA ECONOMIA DELLE ACQUE DA RISTABILIRSI NEL REGNO DI NAPOLI. 1820.

Al 1809 risale la prima lettura pubblica del saggio scritto da Teodoro Monticelli, abate brindisino, “Sulla Economia delle acque da ristabilirsi nel Regno di Napoli”. Lo studioso disegna un approccio originale al tema della scomparsa dei boschi dai versanti collinari e montani per effetto dei continui diboscamenti. La sua esperienza di osservatore attento delle realtà meridionali lo porta a prendere atto dello stato delle aree che una volta erano ricoperte di boschi, dopo decenni di sfruttamento intensivo e di distruzione, a partire dai rilievi più vicini alla capitale.

Con estrema chiarezza viene evidenziato non solo l’effetto della ormai preoccupante penuria della materia prima necessaria per il riscaldamento delle abitazioni, ma anche il sopravvenire, proprio a causa della mancanza delle selve, di inondazioni ed esondazioni. In relazione a tali conseguenze viene attribuita alla presenza dei boschi sulle pendici una funzione fondamentale di regolazione del rapporto naturale tra gli eventi meteorici e il regime delle acque torrentizie. Sono proprio i boschi a costituire «l’anello che lega l’aria alla terra», o, come si direbbe oggi, a regolare il rapporto tra gli afflussi e i deflussi, con conseguenze che non riguardano soltanto l’idrogeologia dei versanti, ma si propagano fino a influire sulla bonifica delle stesse pianure.

La conclusione, che stabilisce finalmente un rapporto scientifico tra la presenza dei boschi e la regimazione dei corsi d’acqua superficiali, è destinata a produrre fertili conseguenze nella formazione di una coscienza nuova sulla necessità di contenere la distruzione dei boschi:

«moderano dunque i boschi felicemente la irregolarità delle stagioni, l’eccedente calore del clima e quelle improvvise mutazioni dell’atmosfera, tanto dannose ne’ climi caldi; alimentano le sorgenti, trattengono e minorano i torrenti».

Nella Memoria Monticelli delinea la sua visione programmatica delle azioni occorrenti per «emendare i disordini naturali del regno», maturata nella temperie culturale dell’illuminismo tardo settecentesco. «A farla, tre grandi cose debbono mandarsi ad effetto: cioè collo scolo delle acque ristagnanti restituire alle pianure ed alle coste la antica salubrità; rivestire di selve e di piantagioni i monti e i luoghi, dove si crederanno necessarie e giovevoli; e supplire con dei serbatoj all’aridità di alcune regioni».

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